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Incontro annuale in ricordo di Vittorio Bachelet – Introduzione di Renato Balduzzi

La scorsa settimana si è tenuto a Roma presso il Consiglio superiore della magistratura, alla presenza del Capo dello Stato, l’annuale incontro in ricordo di Vittorio Bachelet, organizzato dall’Associazione a lui dedicata

Pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento introduttivo di Renato Balduzzi, presidente dell’Associazione.

 

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Renato Balduzzi

presidente dell’Associazione “Vittorio Bachelet”

Saluto introduttivo all’incontro in ricordo del prof. Vittorio Bachelet

(Csm, 22 novembre 2018)

 

Signor Presidente della Repubblica,

Signora rappresentante del Senato della Repubblica,

Signora rappresentante della Camera dei deputati,

Signor Vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura,

Autorità tutte e autorevoli relatori,

Gentile Signora Miesi e caro Giovanni,

Stimati Soci dell’Associazione,

Signore e Signori,

 

oltre agli incontri denominati “I Martedì dell’Associazione Vittorio Bachelet”, promossi dal 2016 con periodicità quasi mensile, l’Associazione propone ogni anno, dalla sua costituzione nel 1981, un evento in ricordo del prof. Bachelet, al quale Ella, Signor Presidente, non ha mai fatto mancare la Sua presenza.

Di questo La voglio ringraziare in modo non formale, anche a nome del Comitato di Presidenza dell’Associazione, attualmente composto dai Presidenti Giovanni Mammone e Riccardo Fuzio, dalla prof.ssa Ombretta Fumagalli, dall’avv. Celestina Tinelli e dai consiglieri Fulvio Troncone e Gianluca Grasso.

Il tema di oggi muove da una constatazione pressoché pacifica: la magistratura e il magistrato costituiscono una garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini, e tale garanzia si fonda sull’indipendenza e sulla conseguente imparzialità dei medesimi nell’esercizio della funzione giurisdizionale.

Nel nostro ordinamento costituzionale, diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà (declinati nella forma più ampia, cioè non soltanto economica, ma anche sociale e politica) si presentano strettamente interconnessi, così da evitare che la focalizzazione sui soli diritti comporti una loro torsione individualistica, al cui esito i diritti stessi rischino di avvizzire e di perdere la connotazione universalistica che ne aveva costituito il punto di partenza. Età dei diritti e stagione dei doveri allora si sostengono reciprocamente, secondo l’intuizione, mai sufficientemente ripresa, di Aldo Moro.

Da qui la domanda sottesa al nostro incontro: è possibile considerare la magistratura e il magistrato, oltre che come garanzia dei diritti, altresì come promotori dei doveri e del loro adempimento?

Se è diffusa e largamente accolta l’opinione secondo cui il magistrato non può dire il diritto affidandosi alle proprie opzioni di valore, ma deve trarle dai principi costituzionali e dall’ordinamento giuridico, e dunque non può promuovere i doveri di solidarietà prescindendo da espresse abilitazioni costituzionali e legislative (in linea con quanto sostenuto, oltre 40 anni fa, da Costantino Mortati nell’ultima edizione delle Istituzioni di diritto pubblico a proposito del dovere di fedeltà alla Repubblica), più problematico è stabilire quanto dei principi di solidarietà possa essere trasfuso nell’attività giurisdizionale, e soprattutto definire i presupposti per la loro accettazione da parte dei consociati, in un clima dove sembrano crescere odio e barriere.

Uno di tali presupposti, in un tempo nel quale sperimentiamo, insieme alla crisi della legislazione e della rappresentanza, anche un calo di autorevolezza in molte istituzioni, che vengono confuse e sovrapposte con le cosiddette élites da parte di settori non piccoli della pubblica opinione, non può che essere l’adempimento, nella sostanza e nell’apparenza, dei propri doveri da parte del magistrato.

In un testo dell’autunno del 1973, forse meno conosciuto dal grande pubblico in quanto presentato all’Assemblea dell’associazione di cui era stato per nove anni presidente nazionale e poi raccolto dall’Editrice Ave nel volume dedicato non agli scritti civili, ma a quelli ecclesiali, Vittorio Bachelet così si esprimeva: “Acuto appare il contrasto tra la libertà spirituale di cui ogni persona si sente portatrice e la effettiva realizzazione di essa in concrete istituzioni storiche. Di qui quella richiesta di una liberazione da tutti i condizionamenti che impediscono un reale esercizio della libertà, e che richiede con sempre maggiore urgenza una difficile ma adeguata risposta. Di qui anche la difficoltà a promuovere un ordinamento della società che non si accontenti di rompere gli argini – ciò che in definitiva vuol dire alla lunga prepararsi alla prepotenza dei padroni del vapore e comunque dei violenti – ma che promuova davvero la crescita della libertà. Cioè della responsabilità di tutti.”

Ecco, Signor Presidente, illustri partecipanti, sta proprio nel desiderio di concorrere a indicare percorsi di responsabilità che aiutino la giurisdizione a corrispondere sempre di più all’ansia di vera giustizia che proviene dalla parte più sana del nostro Paese, il senso ultimo dell’evento odierno.

Nel ringraziare l’intero Consiglio superiore della magistratura per la qualità della collaborazione ancora una volta realizzata, confermo la disponibilità dell’Associazione ad avviare percorsi comuni e condivisi di ricerca e di approfondimento delle tematiche attinenti alla giustizia e alla giurisdizione: l’ispirazione che l’Associazione continua a trarre dalla testimonianza e dall’impegno di Vittorio Bachelet è messa a disposizione di tutti, secondo quell’approccio e quel metodo di pluralismo culturale e di servizio disinteressato alle istituzioni che ne ha sempre caratterizzato l’attività.

 

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